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Quando si parla del “Primato Romano”, una questione essenziale dovrebbe essere posta prima di ogni altra: che cosa credeva realmente la Chiesa antica riguardo al ruolo del Vescovo di Roma?

Non ciรฒ che Roma avrebbe successivamente elaborato per giustificare teologicamente la propria posizione. Non ciรฒ che il diritto canonico romano avrebbe stabilito molti secoli dopo, e neppure ciรฒ che oggi viene dato per scontato quando si identifica il primato del Papa con una potestร  immediata e universale su tutta la Chiesa.

La domanda รจ molto piรน semplice e, proprio per questo, molto piรน scomoda: questa concezione del Primato Romano รจ realmente riconoscibile nella struttura della Chiesa dei primi secoli?

La risposta che emerge dai documenti antichi รจ assai meno rassicurante per Roma di quanto la moderna apologetica Cattolica lasci intendere.

Il problema, infatti, non รจ mai stato quello di negare che la Chiesa di Roma possedesse un’importanza particolare. Sarebbe storicamente assurdo. Roma era una sede apostolica, legata alla memoria degli Apostoli Pietro e Paolo, godeva di un prestigio straordinario e occupava un posto eminente nell’ordine delle grandi Chiese. La questione vera รจ un’altra: che natura avesse questa preminenza…

Ed รจ proprio qui che la distanza fra l’ecclesiologia antica e quella definita dogmaticamente da Roma in epoca moderna diventa evidente.

Giร  il primo Concilio Ecumenico, quello di Nicea del 325, quando disciplina i diritti delle principali sedi, non presenta Roma come il centro di una monarchia ecclesiastica dotata di giurisdizione ordinaria e immediata su ogni Chiesa del mondo. Il celebre canone 6 richiama invece le «antiche consuetudini» secondo le quali il Vescovo di Alessandria esercitava la propria autoritร  sull’Egitto, la Libia e la Pentapoli, aggiungendo che analoga consuetudine esisteva per il Vescovo di Roma e riconoscendo poi le prerogative delle Chiese di Antiochia e delle altre province.

Non รจ un dettaglio secondario.

Il canone non descrive una Chiesa universale governata amministrativamente da Roma. Descrive piuttosto un ordine ecclesiale nel quale le grandi sedi possiedono prerogative riconosciute all’interno di un determinato assetto territoriale e conciliare. Persino una fonte ufficiale Cattolica contemporanea ( “La sinodalitร  nella vita e nella missione della Chiesa”- Synodality in the Life and Mission of the Church, §26 – Commissione Teologica Internazionale, 2018 ), parlando del canone di Nicea, riconosce che esso riguarda la preminenza e il primato regionale delle sedi di Roma, Alessandria e Antiochia.

Questo รจ precisamente il punto che troppo spesso viene occultato dietro l’affermazione generica secondo cui «Roma ha sempre avuto il primato».

Sรฌ, Roma ha avuto un primato.

Primato, tuttavia, non significa necessariamente ciรฒ che il Cattolicesimo Romano intende oggi con “suprema, piena, immediata e universale potestร  di giurisdizione”.

Confondere queste due realtร  significa trasformare una questione storica e teologica complessa in un semplice gioco di parole.

Anche la vicenda del Concilio di Calcedonia, nel 451, รจ illuminante. Il canone 28, approvato dal Concilio, collega esplicitamente i privilegi dell’antica Roma alla sua condizione di cittร  imperiale e riconosce poi a Costantinopoli «uguali privilegi», proprio perchรฉ essa รจ la Nuova Roma e sede dell’Imperatore e del Senato. La spiegazione offerta dai Padri conciliari รจ dunque chiarissima: l’ordine delle grandi sedi viene collegato anche alla posizione storica e civile delle cittร  nelle quali esse hanno la propria sede.

Questo non significa, banalmente, che «il Primato Romano fosse soltanto politico». Una simile semplificazione sarebbe altrettanto scorretta. Significa qualcosa di piรน preciso: la struttura ecclesiale riconosciuta dal Concilio non viene descritta nei termini di una monarchia universale fondata sulla giurisdizione immediata del Vescovo di Roma su ogni Chiesa locale.

Il problema esplode, infatti, proprio quando si osserva ciรฒ che accadde dopo.

Roma non accettรฒ il canone 28 di Calcedonia. Papa Leone Magno lo respinse, perchรฉ riteneva che la dignitร  della Sede Romana non potesse essere spiegata semplicemente attraverso la posizione politica della cittร . 

Questo รจ un elemento che non va nascosto, perchรฉ dimostra che la controversia sul significato del Primato esisteva giร  allora, ma dimostra anche qualcosa di ancora piรน importante: il Primato Romano non era affatto una questione teologicamente pacifica e universalmente interpretata secondo il modello che Roma avrebbe definito quattordici secoli piรน tardi.

La stessa testimonianza dei Padri Occidentali รจ molto piรน articolata di quanto la ricostruzione retrospettiva del primato possa far credere.

Prendiamo Sant’Agostino. Nel corso della Storia, il passo evangelico di Matteo 16,18 — «tu sei Pietro e su questa pietra edificherรฒ la mia Chiesa» — รจ diventato uno dei pilastri dell’interpretazione Romana del primato. Eppure Agostino, nelle “Retractationes”, torna proprio sulla questione e scrive: «Petra autem erat Christus», «la pietra era Cristo», riconoscendo comunque che il lettore puรฒ valutare quale delle interpretazioni sia piรน probabile.

Non รจ corretto utilizzare Agostino per sostenere che egli negasse ogni particolare ruolo di Pietro, ma รจ altrettanto scorretto presentare l’esegesi Petrina Romana come fosse stata l’unica interpretazione presente nella Chiesa antica. 

La testimonianza agostiniana dimostra esattamente il contrario: il testo evangelico non veniva necessariamente letto come una definizione della futura monarchia giurisdizionale del Vescovo di Roma ed รจ qui che bisogna avere il coraggio di affrontare il vero problema.

Per molti secoli Roma ha esercitato un primato reale, importante e spesso decisivo, ma esercitare un primato non equivale automaticamente a possedere una giurisdizione universale ordinaria, immediata e piena su ogni Vescovo e ogni Chiesa locale.

Sono due concetti differenti.

La svolta decisiva arriva in epoca moderna.

Nel 1870 il Concilio Vaticano I, attraverso la costituzione dogmatica “Pastor aeternus”, non si limita infatti a riaffermare l’antico prestigio della Sede Romana. Formula qualcosa di molto piรน preciso.

Roma proclama che Cristo avrebbe conferito direttamente e immediatamente a Pietro un «primato di giurisdizione» sull’intera Chiesa e stabilisce che il Romano Pontefice possieda sulla Chiesa universale una potestร  ordinaria, piena e suprema, immediata, estesa a tutte le Chiese, a tutti i pastori e a tutti i fedeli. La stessa costituzione afferma che pastori e fedeli di qualsiasi rito e dignitร  sono tenuti nei confronti del Romano Pontefice alla subordinazione gerarchica e alla vera obbedienza anche nelle questioni relative alla disciplina e al governo della Chiesa in tutto il mondo.

A questo punto non siamo piรน semplicemente davanti al “primato d’onore” di una sede apostolica: siamo davanti a una precisa costruzione ecclesiologica e giuridica, ad una pretesa di autoritร  assoluta totalmente inedita – cosรฌ come formulata – per la Chiesa delle origini.

Il confronto con la Chiesa antica diventa inevitabile.

Nei primi secoli incontriamo, infatti, una Chiesa strutturata attraverso vescovi, metropoliti, patriarcati, sinodi e concili; incontriamo grandi sedi apostoliche che possiedono prerogative proprie; incontriamo Roma come sede di straordinaria autorevolezza; incontriamo interventi Romani importantissimi nelle controversie dottrinali; ma non incontriamo, formulata in questi termini, l’idea secondo cui il Vescovo di Roma possieda per “diritto divino” una potestร  ordinaria, immediata e universale esercitabile su ogni singola Chiesa e su ogni singolo vescovo.

Questa definizione appartiene a una fase molto piรน tarda della storia della Chiesa.

Non รจ una differenza marginale, ma un vero e proprio “taglio” con il passato…

Se il Papa possedesse realmente una potestร  universale, ordinaria e immediata, allora il rapporto fra il Vescovo di Roma e gli altri Vescovi cambierebbe radicalmente. Il Vescovo locale non sarebbe piรน soltanto il pastore di una Chiesa che vive in comunione con le altre Chiese e con le grandi sedi apostoliche, cosรฌ come intendeva la Chiesa indivisa delle origini e oggi le Chiese Ortodosse continuano a ritenere corretto, ma diventerebbe – come effettivamente accaduto nell’Occidente Latino – un soggetto giuridicamente sottoposto alla potestร  universale del Romano Pontefice.

Roma stessa lo afferma senza ambiguitร .

Il Codice di Diritto Canonico del 1983, al canone 331, definisce il Romano Pontefice come colui che possiede «la potestร  ordinaria, che รจ suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa». Non si tratta di interpretazioni, ma della formulazione normativa del diritto canonico Romano.

Quando si arriva al canone 1404, la formulazione diventa ancora piรน eloquente: «La prima Sede non รจ giudicata da nessuno».

Non รจ necessario aggiungere enfasi. Basta leggere…

Il problema, allora, non รจ piรน quello di stabilire se il Papa sia stato storicamente rispettato oppure no. Non รจ nemmeno quello di negare il ruolo che Roma ha indiscutibilmente avuto nella storia della Chiesa.

La questione รจ molto piรน profonda: puรฒ una concezione ecclesiologica sviluppatasi progressivamente nella storia essere presentata come se fosse stata integralmente e immutabilmente presente, nella medesima forma giuridica, fin dall’etร  apostolica?

รˆ qui che la pretesa della continuitร  assoluta diventa difficile da sostenere.

Roma non si limita a dire: «Abbiamo sempre avuto un primato».

Roma afferma qualcosa di molto piรน forte: che il primato di giurisdizione universale appartenga per “diritto divino” alla costituzione stessa della Chiesa e che negarlo significherebbe opporsi alla “veritร  Cattolica”.

Il Concilio Vaticano I arriva persino a dichiarare anatema chi sostiene che il Romano Pontefice possieda soltanto un compito di vigilanza o di direzione, anzichรฉ la pienezza della suprema potestร  di giurisdizione sulla Chiesa universale, oppure chi neghi che tale potestร  sia ordinaria e immediata su tutte le Chiese e tutti i fedeli.

Precisamente qui la questione del primato cessa di essere una semplice disputa fra «Cattolici» e «Ortodossi», per diventare una questione di continuitร  ecclesiologica.

Per l’Ortodossia Cristiana, infatti, il primato non รจ mai stato concepito come una monarchia universale capace di assorbire nella propria giurisdizione tutte le altre Chiese. 

La Chiesa รจ una comunione di Chiese locali, unite nella medesima fede, nei medesimi sacramenti e nella successione apostolica; al suo interno esistono primati, ma questi primati vivono dentro la comunione e dentro la struttura conciliare della Chiesa, non al di sopra di essa.

Il primo posto non trasforma il primo Vescovo nell’unico Vescovo universale.

L’onore non diventa automaticamente giurisdizione.

La presidenza non diventa monarchia.

Soprattutto, la sinodalitร  non รจ una concessione fatta dal primate agli altri vescovi: appartiene alla struttura stessa della Chiesa.

Questo รจ il punto che Roma dovrebbe affrontare con maggiore onestร  storica, ancora oggi…

Perchรฉ la questione non puรฒ essere risolta semplicemente affermando che «il Papa รจ sempre stato il successore di Pietro». Anche l’Ortodossia riconosce il carattere apostolico della Chiesa di Roma e l’importanza della successione petrina. Ciรฒ che viene contestato รจ il passaggio logico successivo: da una particolare primazia della Sede Romana alla necessitร  divina di una potestร  universale, ordinaria e immediata del suo vescovo su tutta la Chiesa.

Quel passaggio deve essere dimostrato e la Storia non lo rende affatto evidente.

Anzi, la Storia mostra una progressiva trasformazione del modo in cui il Primato viene concepito, esercitato e infine definito giuridicamente. 

Nei primi secoli troviamo una Chiesa nella quale Roma occupa il primo posto, ma non governa amministrativamente ogni Chiesa del mondo; troviamo Concili che regolano l’ordine delle sedi; troviamo Patriarchi dotati di prerogative proprie; troviamo controversie nelle quali il Concilio costituisce il luogo nel quale la Chiesa discerne e decide.

Poi, progressivamente, il Primato Romano assume una configurazione sempre piรน giuridica e centralizzata, fino alla definizione del Vaticano I. 

Un passaggio storico preciso merita di essere ricordato: il Concilio di Ferrara-Firenze (1438-1439). In quell'occasione l'Oriente e l'Occidente tentarono concretamente di ricomporre lo scisma e, nel decreto “Laetentur caeli”, gli Orientali accettarono una formulazione del Primato Romano che riconosceva al Pontefice il «primato su tutto il mondo» e la «piena potestร  di pascere, reggere e governare tutta la Chiesa». 

Non si trattรฒ di una questione marginale: l'unitร  proposta a Firenze comprendeva anche una precisa concezione del Primato. La stessa Commissione mista internazionale per il dialogo teologico fra Cattolici e Ortodossi lo riconosce esplicitamente.

Quella proposta di unione, sottoscritta dalla maggioranza dei rappresentanti Orientali — con la significativa eccezione di San Marco di Efeso — non riuscรฌ, tuttavia, a diventare unione effettiva tra Oriente e Occidente. Al ritorno a Costantinopoli, il testo incontrรฒ una fortissima opposizione del clero, dei monaci e del popolo e la proposta rimase sostanzialmente inattuata.

La vicenda torna sorprendentemente attuale. 

Bartolomeo I di Costantinopoli, in un discorso ufficiale a Budapest ( 4 Settembre 2026 ), ripropone la restaurazione della piena comunione con Roma, richiamando proprio il modello del primo millennio e un primato esercitato «nell'onore» e «nell'amore», ma allora la domanda รจ inevitabile: quale unitร ?

Perchรฉ se si propone di tornare alla comunione della Chiesa indivisa del primo millennio, la questione puรฒ essere affrontata. Se invece l'unitร  implica l'accettazione della potestร  universale, ordinaria e immediata definita da Roma nel secondo millennio, allora il problema del Primato rimane esattamente quello che la storia ha lasciato irrisolto.

Firenze ci ricorda una cosa essenziale: un'unione proclamata dai vertici non diventa necessariamente l'unitร  della Chiesa. Deve essere accolta dalla Chiesa stessa.

Il paradosso รจ che proprio nel momento in cui Roma proclama questa struttura come “necessaria” alla vera unitร  della Chiesa, l’unitร  con l’Oriente Ortodosso รจ giร  da secoli spezzata.

La Storia, quindi, pone una domanda – ancora oggi - che nessuna formula giuridica puรฒ cancellare:

se la suprema potestร  universale del Romano Pontefice fosse realmente la forma immutabile e necessaria della Chiesa istituita da Cristo, come racconta l’Occidente Latino, perchรฉ questa forma risulta cosรฌ difficile da riconoscere nella struttura concreta della Chiesa dei primi secoli?

Non basta rispondere che gli antichi «non avevano ancora sviluppato pienamente» ciรฒ che Roma avrebbe poi definito.

Se si sostiene – infatti - che una dottrina รจ di “diritto divino” e appartiene alla costituzione stessa della Chiesa, bisogna poter mostrare – oltre ogni ragionevole dubbio - non soltanto la sua successiva elaborazione, ma anche la sua continuitร  sostanziale con la fede e la prassi della Chiesa antica ed รจ precisamente questa continuitร  che l’Ortodossia Cristiana contesta, poichรฉ a tutti gli effetti mancante. 

L’Ortodossia Cristiana non intende “ distruggere il primato”, ma ha il dovere – per coerenza verso se stessa e verso la Tradizione che custodisce – di rifiutare la trasformazione del primato “onorifico” delle origini in potere universale, la comunione in subordinazione, il concilio in ratifica, e la Chiesa in una struttura nella quale una sola sede possieda, per diritto divino, l’ultima parola su tutte le altre.

Il problema di Roma, allora, non รจ che abbia avuto un primato.

Il problema รจ che cosa ha fatto di quel primato.

Roma ha progressivamente trasformato una preminenza ecclesiale in una potestร  giuridica; da una presidenza “nella” comunione si รจ arrivati ad una suprema autoritร  “sulla” comunione; da un primato fra le Chiese in una giurisdizione sopra le Chiese.

Quando, nel 1870, questa trasformazione viene definita dogmaticamente, non siamo semplicemente davanti alla ripetizione di ciรฒ che la Chiesa antica aveva sempre insegnato nella stessa forma, ma ci troviamo davanti alla consacrazione dogmatica di un preciso modello ecclesiologico.

L’Ortodossia Cristiana non potrร  mai accettare questa trasformazione, perchรฉ la Chiesa non appartiene al primo dei suoi Vescovi. Appartiene a Cristo.

Nessun “primato”, per quanto antico e venerabile, puรฒ trasformarsi in una potestร  monarchica che si collochi sopra la Chiesa stessa, che elevi un uomo al di sopra di altri uomini – facenti parte di una comunione ecclesiale – o che lo sottragga a qualsiasi giudizio terreno: la questione del primato diventa, in ultima analisi, la questione della natura stessa della Chiesa.

Davanti a questa domanda, la Storia dei primi secoli continua a parlare.

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Fonti e riferimenti

1. Concilio di Nicea I (325), canone 6. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, ed. Giuseppe Alberigo et al., Bologna, EDB, 3ยช ed., 1973, can. 6. Per la lettura del canone e la sua interpretazione nel quadro della sinodalitร  del primo millennio: Commissione Teologica Internazionale, Synodality in the Life and Mission of the Church (2 marzo 2018), §26, sito ufficiale della Santa Sede.

2. Concilio di Calcedonia (451), canone 28. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, ed. Giuseppe Alberigo et al., Bologna, EDB, 3ยช ed., 1973, can. 28. Il canone collega i privilegi dell’antica Roma alla sua posizione di cittร  imperiale e attribuisce a Costantinopoli “uguali privilegi” in quanto Nuova Roma.

3. Agostino d’Ippona, Retractationes, I, 21. Augustinus, Retractationes, I, 21, ed. Almut Mutzenbecher, Corpus Christianorum Series Latina (CCSL), 57, Turnhout, Brepols, 1984, p. 62. Il passo contiene la formula “Petra autem erat Christus” e conclude: “Harum autem duarum sententiarum, quae sit probabilior, eligat lector”.

4. Concilio Vaticano I (1869–1870), Pastor aeternus. Concilio Vaticano I, Costituzione dogmatica Pastor aeternus (18 luglio 1870), capp. 1–3 e canoni relativi al primato di giurisdizione del Romano Pontefice, in particolare la definizione della potestร  suprema, piena, ordinaria, immediata e universale. Testo ufficiale: Archivio della Santa Sede.

5. Codice di Diritto Canonico (1983), cann. 331 e 1404. Codex Iuris Canonici, promulgato da Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Sacrae disciplinae leges (25 gennaio 1983), can. 331: potestร  ordinaria, suprema, piena, immediata e universale; can. 1404: “La Prima Sede non รจ giudicata da nessuno”.

6. Concilio di Ferrara-Firenze (1438–1439), Laetentur caeli (6 luglio 1439). Decreto di unione Laetentur caeli, nella formulazione relativa al primato della Sede Apostolica e del Romano Pontefice. Riferimento standard: Heinrich Denzinger – Peter Hรผnermann, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, n. 1307. Per il quadro del dialogo cattolico-ortodosso: Joint International Commission for Theological Dialogue between the Roman Catholic Church and the Orthodox Church, Synodality and Primacy in the Second Millennium and Today (Chieti, 2016), con il richiamo alla formulazione di Firenze.

7. Concilio di Ferrara-Firenze: ricezione della proposta di unione. Per la complessa ricezione orientale del decreto: Joseph Gill, The Council of Florence, Cambridge, Cambridge University Press, 1959, in particolare pp. 270–304. Per la prospettiva del dialogo cattolico-ortodosso: Joint International Commission for Theological Dialogue, Synodality and Primacy in the Second Millennium and Today (2016).

8. Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, 4 settembre 2026. Address by His All-Holiness Ecumenical Patriarch Bartholomew to the Participants of the 27th International Congress of the Society for the Law of the Eastern Churches, Budapest, 4 settembre 2026, pubblicato dal Patriarcato Ecumenico il 5 settembre 2026. Nel discorso Bartolomeo richiama il primo millennio, la primazia “within, and never above, the communion of sister Churches” e auspica la “restoration of full communion with the Church of Rome”.

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Nel rileggere le proprie opere, Agostino d'Ippona compie un gesto raro: corregge se stesso. Nelle Retractationes (I, 21) ricorda di aver parlato della Chiesa come edificata su Pietro, ma precisa di aver poi spiegato piรน volte le parole del Signore in un senso piรน profondo.

Quando Cristo dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherรฒ la mia Chiesa», la pietra non รจ l’uomo in quanto tale - L'Apostolo Pietro, come la Chiesa Cattolica Romana interpreta da un Millennio - ma la fede che egli ha confessato: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 

E Agostino conclude con parole limpide: «Non fu detto: Tu sei la pietra, ma: Tu sei Pietro. La pietra, invece, era Cristo.»

Questa interpretazione non รจ isolata, nรฉ marginale. รˆ in piena consonanza con la grande tradizione patristica che la Chiesa Ortodossa ha custodito. Giovanni Crisostomo, commentando lo stesso passo nel suo ciclo di omelie su Matteo, afferma che la Chiesa รจ edificata "sulla roccia della fede della confessione". Non su un potere personale, ma sulla Veritร  confessata. Anche Cirillo di Alessandria, leggendo il mistero della Chiesa alla luce di tutta la Scrittura, riconduce il fondamento a Cristo stesso, la roccia spirituale di cui parla l’Apostolo (1 Cor 10,4). 

La stabilitร  della Chiesa - quindi - non deriva da una struttura monarchica, ma dalla comunione nella Vera Fede.

La prassi dei Concili Ecumenici conferma questa visione. Il Concilio di Nicea, nel suo sesto canone, riconosce antiche prerogative alle grandi sedi, ma non parla di un potere universale sopra tutta la Chiesa. 
Il Concilio di Calcedonia, nel canone 28, organizza l’ordine ecclesiale secondo criteri sinodali e di equilibrio tra le Chiese. รˆ l’immagine di una Chiesa che vive nella sinfonia delle sedi apostoliche, non nella centralizzazione giuridica. In questa luce, le parole di Agostino acquistano un peso particolare. 
Non negano l’onore dovuto a Pietro, ma collocano quel primato dentro il mistero piรน grande: Cristo รจ la roccia. Pietro รจ tale perchรฉ confessa Cristo. E ogni vescovo, custodendo la stessa fede apostolica, partecipa a quella responsabilitร . La Chiesa dei primi secoli respira in questa dimensione: Cristo al centro, la fede come fondamento, il sinodo come forma di governo, la comunione come principio di unitร . 
La pietra non รจ un trono terreno. La pietra รจ Cristo.«Petra autem erat Christus.»
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Citazione:"Dixi in quodam loco de apostolo Petro, quod in illo tamquam in petra fundata sit Ecclesia; … Sed scio me postea saepissime sic exposuisse quod a Domino dictum est, Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam; ut … ac sic Petrus ab hac petra appellatus personam Ecclesiae figuraret, quae super hanc petram aedificatur … Non enim dictum est illi, Tu es petra; sed, Tu es Petrus. Petra autem erat Christus…”

Traduzione:"In un certo passo ho detto dell’apostolo Pietro che la Chiesa รจ stata fondata su di lui come su una pietra. So perรฒ di avere poi spiegato molte volte le parole del Signore: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherรฒ la mia Chiesa», nel senso che la Chiesa รจ edificata su ciรฒ che Pietro ha confessato, quando disse: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Cosรฌ Pietro, prendendo il nome da questa pietra, rappresentava la persona della Chiesa, che viene edificata su questa pietra... Non gli fu detto infatti: Tu sei la pietra; ma: Tu sei Pietro. La pietra, invece, era Cristo..."
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Bibliografia:
Agostino d'Ippona
Retractationes, I, 21.
In: J.-P. Migne (ed.), Patrologia Latina (PL), vol. 32, coll. 609-610.
(Edizione critica moderna: CSEL 36, ed. A. Mutzenbecher, Vienna 1984.)
Giovanni Crisostomo
Homiliaae in Matthaeum, Omelia 54 (su Mt 16,18).
In: Patrologia Graeca (PG), vol. 58, coll. 519-520.
Cirillo di Alessandria
Commentarius in Joannem, libro IV.
In: Patrologia Graeca (PG), vol. 73, coll.
Concilio di Nicea
Canone 6.
Testo greco in: G. Alberigo (ed.), Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Bologna 1973.
(Testo anche in PG 67.)
Concilio di Calcedonia
Canone 28.
In: Conciliorum Oecumenicorum Decreta; PG 84
John Meyendorff
Byzantine Theology: Historical Trends and Doctrinal Themes.
Imperial Unity and Christian Divisions.
Alexander Schmemann
The Historical Road of Eastern Orthodoxy.
Nicolas Afanasiev
The Church of the Holy Spirit (ecclesiologia eucaristica e sinodale).
John Zizioulas
Being as Communion (ecclesiologia della comunione).




 


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