GREEN: L’APOSTASIA DELL’EFFIMERO
Nel VII secolo, San Massimo il Confessore, nell’Ambiguum 41, descriveva una delle verità più profonde della visione Cristiana dell’uomo e del creato: l’uomo è posto da Dio al centro della creazione come colui che, in Cristo, è chiamato a ricomporre le divisioni introdotte dal peccato e a ricondurre ogni cosa verso la sua origine e il suo fine. Il creato, dunque, non è per la Tradizione Cristiana delle origini semplicemente una realtà materiale da amministrare secondo criteri di utilità, né un bene autonomo da preservare per se stesso: è la creazione di Dio, affidata all’uomo perché egli la custodisca, la offra a Dio e, attraverso la propria trasfigurazione spirituale, partecipi alla sua stessa trasfigurazione. È questa la ragione per cui, nella prospettiva dei Padri, la crisi del rapporto fra uomo e creato non può essere separata dalla crisi dell’uomo stesso: quando il cuore dell’uomo si allontana da Dio, anche il suo rapporto con il mondo si corrompe, perché egli smette di ricevere la creazione come dono e comincia a considerarla come qualcosa da possedere, consumare o dominare.
Si tratta di una prospettiva molto diversa da quella nella quale siamo oggi immersi, in Occidente.
Proprio per questo, il recente documento Vaticano della Commissione Teologica Internazionale, “Prendersi cura della nostra Casa comune”, merita di essere letto con attenzione, senza pregiudizi ma anche senza lasciarsi impressionare dalla presenza, al suo interno, di numerosi richiami alla Tradizione patristica. Il documento cita infatti San Massimo il Confessore, parla della responsabilità dell’uomo verso il creato, della conversione, dell’ascesi e persino del digiuno. Sarebbe dunque storicamente scorretto presentarlo come una semplice trasformazione della fede Cristiana in “ambientalismo”, ma proprio qui si trova il punto più interessante: non basta richiamare le parole dei Padri; bisogna chiedersi quale posto occupino oggi quelle parole all’interno della visione complessiva della Chiesa e della sua missione nel mondo.
La Commissione parla infatti di «conversione ecologica», di responsabilità nei confronti della «Casa comune», di modelli di consumo, di giustizia sociale e di trasformazione dei comportamenti individuali e collettivi. Cosa ancora più importante, non parla propriamente di un generico «peccato ecologico», ma preferisce parlare – forse giocando un po’ con le parole, visto che si parla apertamente di conversione all’ecologia - di «peccato contro il creato e il Creatore», proprio per mantenere il riferimento teologico a Dio. Questo elemento deve essere riconosciuto con onestà, ma rimane da domandarsi se, nel corso degli ultimi decenni, non si sia progressivamente verificato uno spostamento del baricentro: ciò che nella Tradizione nasceva dalla conversione dell’uomo a Dio e dalla necessità di ricondurre tutta la propria vita a Cristo viene oggi sempre più spesso espresso attraverso il linguaggio della sostenibilità, della responsabilità ambientale, della giustizia climatica e della trasformazione della società.
Non è una differenza da poco. Per la Tradizione Ortodossa, infatti, il problema fondamentale non è semplicemente che l’uomo consumi troppo o che la società produca troppo inquinamento; il problema è che l’uomo, separandosi da Dio, ha smarrito il senso stesso del proprio essere.
L’ascesi Cristiana non nasce dalla necessità di rendere più sostenibile il pianeta, ma dal desiderio di liberare il cuore dalla schiavitù delle passioni. Il digiuno non è una tecnica per ridurre i consumi e non si mescola con le ideologie “Vegan”, ma è una medicina dell’anima.
La sobrietà non è una prescrizione ambientale, ma un modo per imparare nuovamente a ricevere il mondo come dono e non come proprietà, e la custodia del creato non è un fine ultimo: è una conseguenza della nostra responsabilità davanti a Colui che lo ha creato.
È precisamente qui che il confronto con Benedetto XVI diventa significativo ( e impietoso, considerando il corso intrapreso dalla Chiesa di Roma a partire da Bergoglio, per continuare – ai nostri giorni . con Leone XVI ). In “Caritas in veritate”, parlando dell’ambiente, Benedetto non separava mai la questione della natura dalla questione dell’uomo e arrivava a parlare di una vera «ecologia dell’uomo». La natura, per lui, non poteva essere difesa prescindendo dalla verità sull’essere umano, dalla legge morale e dalla dignità della persona. Anche nel suo discorso al Parlamento Tedesco del 2011 egli richiamava l’esistenza di un ordine della creazione e di una legge morale che l’uomo non può semplicemente inventare o modificare secondo le esigenze del momento. Questa impostazione presenta certamente elementi di continuità con la Tradizione Cristiana delle origini e, almeno sotto questo profilo, impedisce di ridurre la questione ambientale a una semplice ideologia politica.
Ma proprio il confronto fra queste diverse impostazioni dovrebbe spingerci a guardare più in profondità, perché una cosa è ricordare all’uomo moderno che non possa devastare ciò che Dio gli ha affidato; altra cosa è fare della crisi ambientale una delle principali chiavi attraverso cui interpretare il rapporto fra Chiesa e mondo. Una cosa è chiedere al Cristiano di vivere con sobrietà; altra cosa è trasformare la sobrietà Cristiana in una morale sociale costruita secondo le categorie culturali dominanti. Una cosa è ricordare che il peccato ferisca anche il rapporto dell’uomo con il creato; altra cosa è rischiare di trasferire progressivamente il linguaggio della salvezza dal cuore dell’uomo alla trasformazione del mondo.
Qui emerge una questione ancora più profonda, che riguarda la stessa identità della Chiesa.
La Chiesa non è chiamata a diventare più simile al mondo per poter parlare al mondo, ma è chiamata a parlare al mondo proprio perché non appartiene al mondo. Può certamente denunciare lo spreco, la distruzione della natura e l’avidità dell’uomo; ma deve farlo partendo dalla Verità di Cristo e non assumendo semplicemente le categorie attraverso le quali la cultura contemporanea interpreta se stessa.
Il rischio è una trasformazione impercettibile ma decisiva: non è più la Chiesa a giudicare il mondo alla luce del Vangelo, ma è il mondo a fornire alla Chiesa le categorie con cui essa stessa finisce per rileggere il Vangelo. La Chiesa, così, diventa una sorta di “Agenzia sociale” che affianca i poteri del mondo, tradendo “ in nuce” la propria vocazione a non essere “ del mondo” …
È questo, in fondo, il vero pericolo dell’«apostasia dell’effimero».
Parole chiare, che devono rendere bene l’idea del pericolo: apostasia non consiste nell’avere a cuore la terra, nel difendere la natura o nel condannare lo spreco; tutte cose che un Cristiano può e deve fare. Consiste nel dimenticare che la terra non è il nostro “dio”, l’uomo non è il nostro “dio” e la conservazione del mondo presente non è la salvezza Cristiana. Noi attendiamo «cieli nuovi e terra nuova», non perché disprezziamo la creazione, ma perché sappiamo che essa trova il proprio compimento non nell’autosufficienza dell’uomo, bensì in Dio.
San Massimo aveva compreso questa verità in modo straordinario: la creazione non deve essere semplicemente conservata così com’è, ma ricondotta al suo fine in Cristo. L’uomo è chiamato a diventare nuovamente ciò che il peccato gli ha impedito di essere: colui che, vivendo in comunione con Dio, restituisce al mondo il suo vero significato.
Questa è la logica della trasfigurazione che la Tradizione Cristiana Ortodossa custodisce nella liturgia, nei sacramenti, nel digiuno, nella preghiera e nella vita ascetica.
Il mondo viene salvato non quando l’uomo riesce finalmente ad amministrarlo perfettamente, ma quando l’uomo stesso viene guarito e trasfigurato.
Ed è per questo che dovremmo essere molto prudenti davanti a ogni tentazione di sostituire la conversione con l’adeguamento, l’ascesi con il comportamento virtuoso, la santità con la conformità sociale. Il Cristiano non è chiamato semplicemente a essere un buon cittadino del mondo: è chiamato a diventare, in Cristo, una creatura nuova e soltanto un uomo che abbia ritrovato Dio può ritrovare anche il giusto rapporto con la creazione.
Forse, allora, la domanda che dovremmo porci non è se la Chiesa debba occuparsi del «Green». Certamente può farlo. La domanda vera è un’altra: quando la Chiesa parla del creato, continua a farlo partendo da Cristo e dalla conversione dell’uomo, oppure sta progressivamente imparando a parlare di Cristo attraverso le categorie del mondo?
Perché la Tradizione Cristiana ci ricorda che il destino ultimo dell’uomo e della creazione non è nelle mani di una politica, di una tecnologia o di una nuova morale collettiva, ma nelle mani di Dio, verso il quale ogni cosa è chiamata a ritornare.
Non è il mondo che deve insegnare alla Chiesa come salvarsi, ma è la Chiesa che deve ricordare al mondo da chi soltanto può venire la salvezza.
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Fonti
San Massimo il Confessore, Ambigua ad Iohannem, 41, PG 91, 1304–1312.
Commissione Teologica Internazionale, Prendersi cura della nostra Casa comune. Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario, Città del Vaticano, 2 settembre 2026.
Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in veritate, 29 giugno 2009, nn. 48–51.
Benedetto XVI, Discorso al Parlamento Federale Tedesco, Berlino, 22 settembre 2011.
Francesco, Lettera Enciclica Laudato si’, 24 maggio 2015.
John Meyendorff, La teologia bizantina. Sviluppi storici e temi dottrinali, Marietti, Casale Monferrato, 1984.

