Occidente, l’illusione di salvare la Chiesa

 

C'è qualcosa di più profondo delle singole controversie che attraversano oggi il Cristianesimo Occidentale: la progressiva trasformazione del modo stesso di concepire la Chiesa, da realtà ricevuta, custodita e trasmessa, a realtà che sembra poter essere continuamente ridefinita secondo le esigenze del tempo.

Lo si vede anzitutto nel rapporto con il mondo. Il dialogo, l'inclusione, la fraternità e la collaborazione sono certamente beni Cristiani quando rimangono ordinati alla Verità; diventano però problematici quando la ricerca di ciò che unisce finisce per rendere secondario ciò che divide sul piano della fede. Dal punto di vista Ortodosso, non è una distinzione di poco conto: l'unità della Chiesa non può essere costruita semplicemente attorno a valori umani condivisi, perché la Chiesa non è una “comunità etica” fondata dagli uomini, ma il Corpo stesso di Cristo.

Questa trasformazione non nasce ieri. Alle spalle delle controversie odierne si trova la lunga evoluzione dell'ecclesiologia Occidentale, nella quale Roma ha progressivamente concentrato nella figura del Romano Pontefice una forma di autorità universale, monarchica e giuridicamente suprema, che l'Oriente Cristiano non ha mai riconosciuto in questa forma e che non apparteneva all'ecclesiologia della Chiesa indivisa del primo millennio.

Il Concilio Vaticano I non è, in questo senso, un dettaglio della storia Cattolica: con “Pastor Aeternus” (1870) Roma definì il primato di giurisdizione universale del Papa e l'infallibilità pontificia “ex cathedra”, affermando che le sue definizioni sono immutabili «per se stesse e non per il consenso della Chiesa».

Per il Cristianesimo Ortodosso, qui si trova una frattura ecclesiologica fondamentale. Non perché l'Oriente neghi il primato, né perché rifiuti ogni forma di coordinamento fra le Chiese, ma perché il primato, nella Chiesa del primo millennio, non coincideva con una potestà universale immediata esercitata su tutti i vescovi e su tutte le Chiese. La Chiesa era sinodale, conciliare e il primato viveva all'interno della comunione episcopale, non al di sopra di essa.

Poi venne il Vaticano II. L'istanza dell'«aggiornamento», posta al centro della nuova stagione conciliare, trasformò profondamente il linguaggio, la pastorale e la liturgia del Cattolicesimo Romano.

Il Concilio stesso presentò l'ecumenismo come uno dei propri principali intenti e indicò il ristabilimento dell'unità dei Cristiani come un compito centrale della Chiesa. 

Non è necessario attribuire al Concilio ciò che non ha detto per riconoscere ciò che è accaduto dopo: il Cattolicesimo Romano ha intrapreso un processo di riforma liturgica, pastorale e culturale di portata straordinaria, nel quale il rapporto con la modernità ha assunto un'importanza che l'Oriente Ortodosso ha guardato ( e continua a guardare ) con profonda riserva.

“Fiducia supplicans” ( 2023 ), è soltanto uno degli episodi più recenti e discussi di questa traiettoria. Non è un documento ecumenico in senso stretto, ma manifesta con chiarezza un linguaggio pastorale nel quale l'accompagnamento e la benedizione vengono separati, in determinati casi, dalla modifica formale della dottrina sul matrimonio. Per molti Cattolici questa distinzione può essere considerata una legittima evoluzione pastorale; per l'Ortodossia Cristiana essa pone invece una domanda inevitabile: fino a quale punto è possibile modificare la prassi senza modificare, nel tempo, anche la percezione della fede che quella prassi dovrebbe custodire?

Eppure, proprio mentre una parte dell'Occidente cerca la propria risposta nell'adattamento al mondo, un'altra la cerca nel diritto.

La controversia sulla cosiddetta “sede impedita” e sulla validità della rinuncia di Benedetto XVI al Soglio Pontificio ( 2013 ) ne è un esempio emblematico. La questione giuridica può essere studiata, discussa e persino sostenuta con argomentazioni estremamente sofisticate, ma anche ammesso - per ipotesi - che una ricostruzione canonistica possa effettivamente dimostrare l'invalidità di un atto, rimarrebbe una domanda infinitamente più grande e cioè se una crisi della Chiesa possa o meno essere risolta attraverso un cavillo giuridico. 

Dal punto di vista Cristiano Ortodosso, la risposta è no.

La Chiesa non è una cancelleria. Non è un tribunale. Non è un apparato amministrativo la cui indefettibilità dipende dalla perfetta validità formale dei propri atti. 

La Chiesa è il Corpo vivente di Cristo, custodito dallo Spirito Santo nella fede degli Apostoli, nella successione dei vescovi, nei sacramenti, nella liturgia, nei Concili e nella santità dei suoi figli.

Ed è proprio qui che le due polarità Occidentali finiscono, paradossalmente, per assomigliarsi: il progressismo cerca di salvare la Chiesa rendendola più compatibile con il mondo; il legalismo cerca di salvarla ricostruendo correttamente il proprio edificio giuridico. 

La Chiesa, tuttavia, non si salva né adattandosi al mondo né affidandosi ai propri codici: si salva rimanendo fedele a Cristo.

È questa la voce che l'Oriente Cristiano continua a riconoscere nella propria Tradizione. Non una teoria astratta, ma una realtà incarnata nella vita dei Santi.

Fra questi, San Cleopa di Sihăstria occupa un posto particolarmente luminoso. 

Monaco, “starec” ( guida spirituale ), confessore della fede Ortodossa nella Romania comunista, conobbe la persecuzione, il ritiro e lunghi periodi di vita nascosta nei boschi della Moldavia Romena. Non cercò di rendere la fede più accettabile al potere, né di risolvere la persecuzione attraverso sofisticate costruzioni umane. Rimase fedele alla Tradizione ricevuta.

La Chiesa Ortodossa Romena ha riconosciuto solennemente questa testimonianza includendo Cleopa fra i Santi canonizzati nel 2024, con la proclamazione liturgica celebrata nel 2025.

La lezione Ortodossa è di una semplicità disarmante: la Tradizione non è il museo del passato, ma la vita della Chiesa. Non è ciò che gli uomini possono modificare quando cambiano le circostanze, ma ciò che essi ricevono, custodiscono e trasmettono perché non appartiene a loro.

San Vincenzo di Lerino ( V sec. ) lo aveva espresso già nel “Commonitorium”: la fede Cattolica ( nel suo significato originario di universale, propria della Chiesa ancora indivisa, non come espressione del centralismo Romano ) non può trasformarsi al ritmo delle esigenze del tempo corrente. E i Padri dei Concili ecumenici non hanno trattato la Tradizione come materia disponibile alla revisione permanente, ma come il deposito della fede ricevuto dalla Chiesa e confessato nella sua continuità.

Per questo, dal punto di vista Ortodosso, l'unità dei Cristiani non può consistere semplicemente nel mettere da parte ciò che divide per costruire insieme ciò che resta. 

L'unità non è il minimo comune denominatore delle nostre differenze: è la comunione nella Verità. È qui che la distanza fra le due visioni diventa davvero radicale.

Una Chiesa che si adatta continuamente al mondo rischia di non avere più nulla da dire al mondo. Una Chiesa che cerca la propria salvezza nei codici rischia di dimenticare che la Grazia non è un atto notarile.

La Tradizione Cristiana Ortodossa indica un'altra strada: non reinventare la Chiesa, ma ritornare alla Chiesa; non adeguare la Verità al proprio tempo, ma lasciare che la Verità giudichi ogni tempo; non cercare nuove formule per conservare il Cristianesimo, ma vivere con fedeltà ciò che abbiamo ricevuto.

Forse è proprio questa la domanda che San Cleopa consegna alla nostra epoca: non come possiamo rendere la Chiesa più adatta al mondo, ma se siamo ancora disposti a vivere in modo che sia il mondo a riconoscere, attraverso la Chiesa, qualcosa che non appartiene al mondo..

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Bibliografia essenziale

• Concilio Vaticano I, Pastor Aeternus, 18 luglio 1870. 

• Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 21 novembre 1964. 

• Concilio Vaticano II, Unitatis redintegratio, 21 novembre 1964. 

• Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963. 

• Dicastero per la Dottrina della Fede, Fiducia supplicans, 18 dicembre 2023. 

• San Vincenzo di Lerino, Commonitorium, ca. 434. 

• II Concilio Ecumenico di Nicea, Atti e definizioni dogmatiche, 787. 

• Cleopa Ilie, Călăuză în credința ortodoxă, Ed. Episcopiei Dunării de Jos, Galați, 1991. 

• Ioanichie Bălan, Viața și nevoințele Părintelui Cleopa, Ed. Mitropoliei Moldovei și Bucovinei, Iași, 1999. 

• Sfântul Sinod al Bisericii Ortodoxe Române, atti relativi alle canonizzazioni del luglio 2024.

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