Quando la fede Cristiana impone coerenza

 

Ci sono momenti nei quali la Storia smette, per un istante, di essere soltanto politica e diplomazia e diventa una domanda rivolta alla coscienza di ogni uomo: Il 15 agosto 1714, a Costantinopoli, fu uno di questi.

Constantin Brâncoveanu aveva sessant’anni. Da ventisei governava la Valacchia ( una porzione dell’attuale Romania ), mantenendola in un equilibrio difficilissimo tra l’Impero Ottomano, gli Asburgo e la Russia. Era un principe colto e raffinato, un diplomatico abile, un grande mecenate della cultura e della Chiesa Ortodossa. Sotto il suo governo fiorì uno stile architettonico che ancora oggi porta il suo nome e furono sostenute tipografie e opere destinate alla diffusione della fede e della cultura Romena.

Brâncoveanu, dunque, conosceva bene la politica e i suoi compromessi. Sapeva che governare significava spesso trattare, attendere, mediare e talvolta cedere qualcosa per salvare ciò che contava davvero. Aveva trascorso gran parte della propria vita sul sottile confine tra la prudenza necessaria a governare e la fedeltà ai principi che non potevano essere sacrificati.

Poi arrivò il momento nel quale quel confine non poteva più essere attraversato.

Deposto e condotto a Costantinopoli, Brâncoveanu fu rinchiuso nella fortezza di Yedikule insieme ai suoi quattro figli. Le torture, la confisca delle ricchezze e l’umiliazione non bastarono a piegarlo. Alla fine gli venne proposta una via d’uscita: rinnegare la fede Cristiana, convertirsi all’Islam e salvarsi.

Per un uomo solo sarebbe stata una scelta terribile. Per un padre, davanti ai propri figli, era qualcosa di quasi disumano.

Era il 15 agosto, festa della Dormizione della Madre di Dio. Quel giorno Constantin Brâncoveanu vide morire uno dopo l’altro i suoi figli Constantin, Ștefan, Radu e Matei. Poi sarebbe toccato a lui e al suo fedele consigliere Ianache Văcărescu.

La tradizione ha conservato le parole con cui il principe cercò di sostenere i figli nel momento estremo: «Figli miei, siate coraggiosi! Abbiamo perduto tutto ciò che avevamo in questo mondo; non perdiamo almeno le nostre anime».

Forse è difficile trovare una frase capace di racchiudere con maggiore semplicità il senso della testimonianza Cristiana. 

Brâncoveanu non cercò la morte e non aveva bisogno di odiare chi lo stava condannando. Semplicemente, comprese che esisteva qualcosa che non poteva essere messo sul piatto della trattativa, neppure quando in gioco c’era la sua stessa vita e quella dei suoi figli: la fedeltà a Cristo.

Ed è proprio qui che la sua vicenda, pur così lontana nel tempo, torna a parlarci.

Il martire Cristiano non è colui che impone la propria fede agli altri, ma colui che rifiuta di rinnegare la propria quando gli viene chiesto di farlo. Brâncoveanu non pretese che altri credessero come lui; fu lui a essere chiamato a rinunciare a ciò in cui credeva, e scelse di non farlo. La sua morte, perciò, non è una storia di odio religioso, ma di fedeltà.

Questa distinzione diventa particolarmente importante quando guardiamo al modo in cui oggi viene concepito il dialogo interreligioso. Dialogare, rispettare, cercare la pace e riconoscere la dignità dell’altro sono certamente atteggiamenti compatibili con il Cristianesimo, ma il dialogo smette di essere un incontro quando, per rendere possibile l’incontro, una delle due parti comincia a nascondere ciò che è…

Rispettare una fede diversa non significa fingere che Cristo sia soltanto una delle tante possibilità spirituali offerte all’uomo; incontrare l’altro non significa diventare indistinguibili dall’altro.

Ed è proprio a questo punto che la memoria di Brâncoveanu diventa una provocazione per il Cristianesimo contemporaneo e, in particolare, per quella sensibilità Cattolica Romana che ha trovato nel pontificato di Francesco la sua espressione più compiuta ( e discussa ).

La “fraternità universale”, il dialogo e l’incontro possono essere autentiche espressioni della carità Cristiana, ma cosa accade quando - nel timore di offendere qualcuno - la Chiesa comincia a parlare sempre meno di conversione, di verità, di esclusività di Cristo e della necessità di confessare pubblicamente la propria fede? Cosa accade quando la prudenza pastorale diventa una prudenza così grande da rendere quasi imbarazzante dire con chiarezza ciò che si crede?

Il rischio è che il dialogo finisca per trasformarsi in autocensura.

E allora il problema non è parlare con l’Islam. Il problema è parlare con l’Islam senza avere più il coraggio di dire chi siamo.

Brâncoveanu ci mostra che è possibile rispettare l’altro senza rinnegare se stessi. Non c’è nelle sue parole il disprezzo per chi lo condanna, né il desiderio di imporre la propria fede con la forza. C’è, piuttosto, quella fermezza mite che appartiene ai martiri: la consapevolezza che si può essere privati di tutto senza essere necessariamente sconfitti.

Forse è questa la parte della sua storia che oggi ci riguarda più da vicino.

A lui fu chiesto di rinunciare a Cristo per conservare la vita. A noi, nella maggior parte dei casi, non viene chiesto tanto. Ci viene chiesto qualcosa di molto più sottile: di abbassare la voce, di attenuare le parole, di non essere troppo espliciti, di non apparire troppo Cristiani quando la fede rischia di mettere in discussione le certezze del mondo.

La differenza sembra enorme. Eppure, alla radice, la domanda rimane sorprendentemente simile: quanto della nostra fede Cristiana siamo disposti a sacrificare pur di non entrare in conflitto con il mondo? Quanto vogliamo essere “scomodi” per il mondo e per certi equilibri – politici e pseudoreligiosi – che tutto testimoniano fuorchè la Verità di Cristo?

Brâncoveanu quella domanda se la trovò davanti nella forma più terribile possibile. E rispose quando non aveva più nulla da perdere, se non la propria anima.

Aveva perduto il trono, le ricchezze, la libertà e infine i suoi figli.

Ma non aveva perduto Cristo.

Ed è per questo che, tre secoli dopo, il principe di Valacchia continua ad avere qualcosa da dire a una Chiesa – soprattutto Occidentale - che rischia talvolta di confondere la pace con il silenzio, la fraternità con il relativismo e il dialogo con la rinuncia alla propria identità.

Forse la lezione dei martiri è molto più semplice di quanto immaginiamo: la fede, quando è veramente fede, prima o poi impone coerenza.

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Bibliografia essenziale

• Del Chiaro, Anton Maria, Istoria delle moderne Rivoluzioni della Valachia, Venezia, Antonio Bortoli, 1718.

• Iorga, Nicolae (a cura di), Documente privitoare la Constantin-Vodă Brîncoveanu: la domnia şi sfîrşitul lui, Bucureşti, Minerva, 1901.

• Iorga, Nicolae, Viaţa şi domnia lui Constantin-Vodă Brîncoveanu, Bucureşti, Neamul Romănesc, Vălenii de Munte, 1914.

• Păcurariu, Mircea, Sfinţi daco-romani şi români, Iaşi, Mitropolia Moldovei şi Bucovinei, 1994.

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